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2003... VOLGE AL TERMINE L'ANNO DELL'HANDICAP
FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE
Dalla seconda metà del secolo scorso la qualità della vita è
migliorata e con essa si è allungata anche la durata media della
stessa; tale fenomeno non riguarda solamente le persone considerate
normali, ma anche quelle definite portatrici di handicap.
Infatti, ad esempio nell’arco di qualche
decennio, dal 1920-‘30 alla fine del secolo scorso la durata media
della vita dei soggetti affetti dalla sindrome di Down si e alzata
da 12-15 anni a 55-60.
Questo prolungamento dell’esistenza si è verificato soprattutto
grazie ai progressi compiuti dalla medicina, dalla ricerca
farmacologia e dallo sviluppo dei servizi di cura, sociosanitari e
riabilitativi. Se ciò
da un lato è da considerarsi, senza ombra di dubbio, una valenza
positiva, dall’altro crea problematiche nuove, non sempre facili
da affrontare. Una di queste è il come “riempire” i tempi e gli
spazi agli anziani disabili, in
particolare a quelli che sono stati inseriti nel mondo del lavoro,
grazie al quale, per un periodo
più o meno lungo, il soggetto ha potuto raggiungere un sostanziale
equilibrio di sicurezze, impegni e abitudini distribuiti nell’arco
della giornata fra tempo di lavoro e di non lavoro (la sera, il
sabato, la domenica e lo spazio della casa).
Quando il soggetto stesso va in pensione,
rientra a tempo pieno in famiglia dove trova un ambiente molto
diverso da quello che lo aveva supportato fino all’inserimento
lavorativo, in quanto i genitori, se ancora viventi, sono
invecchiati e i fratelli e le sorelle hanno costituito un loro nuovo
nucleo familiare. In queste condizioni il disabile
anziano risulta esposto a un forte rischio di solitudine
e di emarginazione.
Un altro problema molto frequente è il fatto
che l’invecchiamento del disabile viene omologato con il suo
essere handicappato, quindi non viene posta l’attenzione
necessaria ai problemi che l’invecchiare
stesso comporta. Questo significa che il diventare vecchio non viene
affrontato come un processo che può essere rallentato, modificato e
vissuto attivamente, ma viene assimilato dalla condizione stessa di
portatore di handicap.
Un ruolo fondamentale spetta sia alla
famiglia, sia agli interventi sociali, che devono fare in modo che
il soggetto mantenga e sviluppi dei buoni rapporti sociali e possa
compiere esperienze personali autonome e gratificanti. In questi
casi, si tratta di prendere in considerazione una cultura del
fare e del realizzare con le proprie mani. Concretamente, ciò
significa dare l’opportunità al disabile
anziano di potersi misurare con compiti precisi ed
esercizio di responsabilità in un ruolo sociale riconosciuto. Il
superare con successo delle difficoltà è indice di vitalità che
contrasta ogni fenomeno di invecchiamento in maniera non dissimile
rispetto alle persone normodotate. Per le persone in situazioni di
handicap il risultato è solo più evidente e manifesto.
Un altro aspetto da non trascurare è lo
stato di salute fisica della persona, poiché la presenza di
patologie acute o croniche invalidanti condiziona le esperienze di
vita. Per questo è fondamentale che i familiari e il medico curante
prestino molta attenzione alla salute del portatore di handicap
anziano, tenendo presente che il soggetto stesso abbia delle
difficoltà ad esprimere con chiarezza la
sintomatologia.
Come è risaputo il 2003 è stato l’anno
dell’handicap, e in quanto tale si è prestata una particolare
attenzione agli anziani disabili,
cercando di concepirli attraverso un “educazione
all’invecchiamento” con un approccio multidisciplinare, al fine
di comprendere tutte le componenti della persona che sono implicati
nel processo di invecchiamento per poi poter mettere a punto
tecniche, metodologie e terapie adeguate.
Anna Gioria
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